Ma che tempi sono questi
di Ramaja
“Facievamu tutti accussì”. Quasi una confessione quella di un anziano, ex amministratore di Partinico. E’ la sintesi di un episodio che mi ha visto casualmente testimone. Lo scenario è quello di un seggio elettorale alla vigilia delle ultime consultazioni amministrative. Il protagonista è invece una persona in età avanzata in cerca disperatamente di qualcuno che lo stia ad ascoltare. Ad accontentarlo saranno le guardie in servizio al seggio. Mi ritrovo per caso ad assistere alla discussione tra il vecchio e le guardie.
Il lamentarsi e lanciare improperi a governi e governanti è quasi un dovere che senilità impone. Questo vecchio ce l’ha con l’attuale sistema che non assicura alla nipote, laureata, il sacrosanto diritto al posto di lavoro. Fin qui nulla di strano se il nostro non avesse vomitato la sua verità, scoperchiando il vaso di pandora delle sue vergogne.
“E’ mai possibile ca ‘mpustai tre figghi e ora unn’arriniesciu a ‘mpustari me niputi?”. Questo il leit-motiv del vecchio. Viene così allo scoperto. Si presenta declamando il suo curriculum di ex-consigliere, ex-assessore, ex-di tutto, e svela i suoi scheletri nell’armadio. Nei suoi occhi traspare l’orgoglio di essere stato capace di sfruttare fino all’osso le conoscenze e le posizioni ottenute durante la sua carriera di amministratore. Alla legittima domanda da parte di chi stava ad ascoltarlo se non avesse mai avuto problemi di coscienza, il vecchio risponde con un sorriso beffardo: “io facevo politica solo per i miei interessi. Tutti facevamo così. A me interessava solo trovare il lavoro per i miei figli. E ci sono riuscito…E ora mi incazzo che non posso trovarlo per una nipote laureata”. E’ tutto vero. Andato via dopo avere assistito alla scena, ho chiesto conferma a chi quel vecchio lo conosce: i suoi figli sono tutti e tre impiegati statali a Partinico. Oddio, potrebbe trattarsi solo di un povero vecchio che direbbe di tutto pur di trovare qualcuno disposto ad ascoltarlo. Fatto sta che tutto corrisponde alla realtà. All’amara realtà.


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